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Nel momento in cui scrivo è all’esame delle commissioni parlamentare il decreto correttivo della Legge 14 / 2019 sulla Crisi di Impresa, che contiene un rinvio delle segnalazioni di allerta per le piccole imprese. L’iniziativa del legislatore è condivisibile, soprattutto perché gli organismi di composizione della crisi devono ancora essere costituiti ed organizzati. Logica vorrebbe infatti che prima lo Stato prepari le risorse e le strutture destinate alla gestione delle crisi e poi dia l’avvio alle segnalazioni delle imprese in difficoltà finanziaria.

Ma leggo anche da fonti autorevoli, come il Sole 24 Ore, che emergono preoccupazioni da parte delle associazioni imprenditoriali per quanto riguarda l’introduzione delle procedure di monitoraggio dello stato di salute delle imprese. Da più parti queste procedure, che comportano l’adozione di idonei strumenti e di un’adeguata organizzazione, sono definite molto onerose per le PMI. Si pensa infatti che anche le piccole e medie imprese debbano dotarsi di costosi sistemi di previsione dei flussi di cassa e di budget economico finanziario.

Su questo punto non mi trovo tuttavia d’accordo. Al contrario, credo che il tema non sia quello degli investimenti in organizzazione e della spesa in nuovi e sofisticati strumenti di diagnostica. La partita è a mio avviso prevalentemente culturale e si dovrà puntare sulla introduzione e diffusione di nuove “best practice” per tutti coloro che fanno o voglio fare impresa.

Non è un adempimento ma una buona prassi

L’approccio “forward looking” nella rilevazione periodica dei segnali di crisi ci dice proprio questo. Indipendentemente dalla dimensione dell’impresa, ogni imprenditore dovrebbe sempre sapere dove sta andando la sua azienda dal punto di vista finanziario. E raggiunta questa consapevolezza, dovrà solo formalizzare con una certa periodicità le sue prudenti stime e previsioni per documentare, nell’interesse dei creditori e della collettiva in generale, il positivo andamento della gestione in un dato orizzonte temporale.

Il mero esercizio di calcolo periodico degli indicatori di allerta può essere fatto anche con strumenti che non comportano spese significative o competenze specialistiche. Ciò che serve è solo disporre di una ordinata contabilità bene aggiornata e della conoscenza degli elementi informativi di base necessari per la determinazione dell’andamento di incassi e pagamenti.

NOTA: A questo punto del mio ragionamento occorre che faccia un disclaimer. I miei convincimenti sono stati alla base della decisione di costruire una web application per la gestione delle procedure di monitoraggio delle PMI, disponibile per tutti i clienti del mio ufficio digitale Studio Semplice. Ciò che affermo è di fatto stato tradotto in una concreta soluzione per tutte le PMI, che riflette il mio pensiero sull’argomento e sulla quale ho investito per provare le mie ragioni.

Lo strumento in sé non è altro che una procedura guidata per il monitoraggio degli indicatori di allerta che può essere seguita direttamente dallo stesso imprenditore, dal suo responsabile amministrativo aziendale o eventualmente da un professionista incaricato. In una serie di articoli pubblicati sul blog di Studio Semplice ho iniziato a trattare, e continuerò a trattare nelle prossime settimane, delle singole sezioni logiche di cui si compone il processo di monitoraggio. Ma il punto centrale non è tuttavia lo strumento.

Chiaramente la tecnologia deve venire in aiuto come supporto alla redazione degli indicatori di allerta, ma sarà fondamentale dare assistenza alle PMI negli aspetti di valutazione dei contenuti che danno origine ai calcoli ed alla determinazione dei risultati.

Con il DSCR non serve nemmeno il bilancio completo

Come ho detto, la base di partenza per il monitoraggio degli indicatori di allerta deve essere una contabilità aggiornata e ben tenuta. E’ sufficiente effettuare sempre le riconciliazioni bancarie, disporre degli scadenzari clienti e fornitori e determinare il risultato economico infrannuale per aggiornare il patrimonio netto. La contabilità “storica” non servirà ad altro.

Ciò che conta sarà invece il colloquio con l’imprenditore per stimare i ricavi ed i costi dei sei mesi successivi alla data del monitoraggio, tradurre questi valori in entrate e uscite di cassa in base alle condizioni di incasso e pagamento mediamente praticate, stimare gli stipendi dei collaboratori e tenere conto dell’IVA, delle ritenute e dei contributi dovuti. In molti casi è più difficile a dirsi che a farsi. Con i dati disponibili, per la redazione di una procedura di monitoraggio non si impiega più di un‘ora. Adempiendo in questo modo con grande facilità ad un obbligo di legge che costituisce il primo passo verso la cultura del controllo di gestione e della salute finanziaria dell’impresa

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